Il regista è il moderno cantastorie.
E sul set è il capitano della nave.
Legge una storia e mentre la legge se ne fa un film in testa: vede il
treno, il colore delle rifiniture, come è vestito il protagonista in
quella scena. Poi comincia la parte difficile — tirare fuori quelle
immagini dalla testa e metterle su uno schermo, che è una cosa che non
si fa da soli.
Gli consegnano una nave: una troupe, un budget, un numero di giorni.
Deve portarla dal punto A al punto B senza perdere nessuno per strada
e senza sforare. Decide la rotta, e la responsabilità tecnica e
artistica è sua. Ma se qualcuno dalla ciurma dice «capitano, lì c'è un
iceberg», al timone ci sto io e però quello che parla lo sta facendo
per il bene del film. Ho visto registi rifiutare ottime idee solo
perché non erano venute a loro: mi sembra una sciocchezza.
E poi c'è un mito da sfatare: il regista non sa fare tutto. Non è
detto che sappia mettere le luci, disegnare una scenografia o cucire
un costume. Quello che deve saper fare è lavorare con gli attori e
spiegare la propria visione a chi quelle cose le sa fare — con
un'infarinatura di tutti i reparti, che serve per chiedere cose
possibili e per parlare la lingua di chi ti sta davanti.
Cinquanta per cento risorse umane. Quaranta
risoluzione dei problemi. Dieci arte. Ma quel dieci arriva solo
dopo il novanta: persone in carne e ossa che la sera tornano a casa
con i loro problemi, e guasti da risolvere che sul set non finiscono
mai. Poi si dice motore e azione, vedi gli attori muoversi nello
spazio esattamente come ce l'avevi in testa — e tutta la fatica di
prima non conta più.
Il discorso per intero, in video